Home Due ruote e un Diario MARIO ROSI: STORIA DI UN ECLETTICO PISTARD IN MAGLIA AZZURRA

MARIO ROSI: STORIA DI UN ECLETTICO PISTARD IN MAGLIA AZZURRA

da Lisa Bartali

Mario Rosi nasce il 13 aprile 1911 a Firenze. Eclettico, forte, e indubbiamente, veloce. Nella sua carriera ciclistica ha indossato numerose volte la maglia della nazionale italiana, eppure su internet non si trova traccia della sua vita. Dall’incontro con le sue nipoti, Graziella e Catia, dalla telefonata con la secondogenita Franca, e a seguito di alcune ricerche su vecchi giornali sportivi, nasce questo articolo. L’intento è di riportare alla luce

la storia di un campione, ciclista e pistard italiano,

coetaneo di mio nonno Gino. Da ragazzino la passione di Mario è la boxe. Gioca anche a pallone con gli amici, ma quando passa una carovana di ciclisti si lascia trascinare dal loro entusiasmo. La passione per la bicicletta nasce spontaneamente. “Era un vero innamorato della bicicletta” ricorda la figlia Franca ” credo che non abbia mai preso l’autobus in vita sua, viaggiava solo in bici!”. Dotato di incredibile vitalità ed energia, Mario inizia a gareggiare nel 1927. Il suo debutto a 16 anni fu poco promettente: ritirato dopo 20 km come riportano le cronache “per essersi esaurito con scatti iniziali”. Nel ’28 arriva la prima vittoria dominando in volata. Rosi si distingue subito come velocista e viene indirizzato a prediligere gli allenamenti su pista. Nello stesso anno si classifica 2° al campionato regionale. Da quel momento inizia ad attirare l’attenzione di molti organizzatori di riunioni su pista. Nel 1929 si aggiudica ben due titoli regionali: velocità e mezzofondo.

E’ solo l’inizio di una serie di successi, su territori ciclistici diversi.

Nel 1930, a soli 19 anni, Mario Rosi prende parte alla massima competizione nazionale di velocità per dilettanti piazzandosi al 3° posto. L’anno successivo a Torino conquista la maglia tricolore.

Mario-Rosi

Mario-Rosi

“Mio nonno ha corso nella categoria dilettanti raggiungendo ottimi piazzamenti. E’ stato convocato più volte nella nazionale a rappresentare l’Italia all’estero. “Catia mi racconta con un certo orgoglio la vita di suo nonno, davanti a una tazza di caffè. “Aveva un carattere testone, scorbutico e permaloso. Non prese parte a nessuna squadra, correva per lo più come indipendente” Graziella invece mi mostra una borsa colma di articoli sportivi, album fotografici e ritagli di giornale.

Rosi durante la settimana lavora come magazziniere presso la ditta Bozzi, che al tempo produceva le biciclette Legnano. Nelle ore libere, oltre a riparare biciclette per gli amici, si allena. Il fine settimana è il momento delle adorate corse! Franca ci svela questo particolare stile di vita:

Il lavoro alla Bozzi gli permetteva di portare avanti la sua passione, che era correre in bici. Non aveva nessun istruttore, si allenava da solo. 

Nel 1932 Mario Rosi trionfa con la maglia azzurra in due grandi incontri: Italia-Francia e Italia-Bulgaria. Diversi sono i ritagli di giornale con l’inchiostro stinto che narrano di bellissime vittorie a Sofia. Rosi è giovanissimo e la bicicletta da pista su cui è ritratto non sembra proprio così leggera. Un altro articolo ritrae il giovane promettente insieme al collega Emilio Lodesani, citandoli come “Le speranze del Ciclismo”. Sempre

nel ’32 ottiene la selezione per le Olimpiadi di Los Angeles,

a cui è costretto a rinunciare per malattia. Un’appendicite acuta ferma temporaneamente la sua carriera. Recupera straordinariamente l’anno successivo.  Nel ’33 porta a casa un centinaio di affermazioni su pista e tre su strada. Rappresenta l’Italia ciclistica ai mondiali di Parigi.  Pur facendo parte della Federazione Nazionale Atleti Azzurri d’Italia non riesce mai a legarsi a nessuna squadra professionistica. Continua a correre come ciclista indipendente. Mantiene l’impiego fisso in fabbrica e compete alle corse che più gli si addicono. In certe occasioni corre anche con i professionisti. A tal proposito chiedo… ” Vostro nonno Mario e mio nonno Gino, hanno mai corso insieme?”

“Sì, e in più occasioni!”. Catia ricorda un aneddoto divertente : ” Al velodromo delle Cascine si disputava una riunione su pista. Non ricordo bene l’anno. C’erano nomi importanti, tra cui Gino Bartali. Il nonno Mario insistette per fare l’apri pista, prima provò con Bini, poi con Bartali e con altri. I corridori lo liquidarono in modo sbrigativo. Al via partirono tutti concentratissimi. All’ultima curva il nonno schizzò fuori superando i grandi, e arrivò primo al traguardo!” 

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Anche più tardi, nel ’40,  Rosi corre con Bartali al circuito degli Assi per il grande raduno ciclistico fiorentino. Insieme a loro Coppi, Magni, Cinelli, Leoni, Favalli, Fondi. Rosi è anche un grande appassionato, e vincitore, delle ciclo-campestri. Corse che si disputano in campagna. Spesso con percorsi impervi che costringono a scendere dalla sella e procedere a piedi, quasi in una sorta di corsa podistica. In queste competizioni non occorrono doti di eccezione, ma il segreto vero per emergere in questa specialità è

l’avere lo spirito di battaglia e agilità.

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Nel Gennaio del 1940 Rosi, indossando la maglia della Società Sportiva Pontecchi, vince per la 6a volta il Campionato Toscano assoluto di ciclo-campestre. Più tardi, la Seconda Guerra Mondiale interrompe tutte le attività lavorative e sportive. Rosi presta servizio nel corpo militare della Croce Rossa Italiana come porta ordini, naturalmente in bicicletta! Per tale servizio riceve più tardi la medaglia di bronzo al merito. Un altro intrigante aneddoto di cui mi parla Franca, resta e resterà avvolto nel mistero. “Nel periodo di guerra e nei mesi che seguirono la liberazione di Firenze, tutte le settimane il babbo portava una scatola a Bartali, nella sua casa di Piazza Cardinal Elia dalla Costa. Non ci ha mai svelato cosa ci fosse dentro la scatola.” 

Se pur con idee politiche diverse, Rosi e Bartali rimasero sempre in contatto. Tra i due c’era rispetto. Entrambi erano anche molto religiosi. Tra i vari articoli di giornale ingialliti, spuntano fuori santi e madonne. Mario si sposa con Olga Serpici nel ’41, da tale unione nascono due splendide figlie, Carla e Franca. Olga seguirà Mario a tutte le sue corse fino al 1955, anno in cui Rosi concluse la sua lunga carriera sportiva a 44 anni.

Franca ha una voce squillante al telefono, i ricordi sono ancora nitidi: “Polidori, ciclista che iniziò la sua carriera negli anni ’60 mentre il babbo si stava ritirando, mi confessò che quando gareggiava in pista al suo fianco gli venivano i brividi:

Rosi non correva mai per arrivare secondo!

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Un terribile incidente di caccia lo costrinse ad un’altra lunga degenza. I giornali raccontano:

 

Tre operazioni subite stoicamente. Ed ancora una volta Rosi è sfuggito miracolosamente alla morte

Mario Rosi non si può definire solo un pistard. Tra corse in linea e circuiti vanta ben 28 primi posti. Un pistard, un ciclista su strada, un campione che non ha goduto della fama di Bartali o di Coppi, ma lo possiamo considerare una stella minore di una costellazione di corridori instancabili e feroci. Chiedo a Graziella e Catia: ” Quali sono i vostri ricordi più preziosi ? “Ci insegnava ad andare in bicicletta, senza togliere i pedali. Era un nonno affettuoso, ma le cose non le ripeteva due volte. La passione era da ultima seguire gli sport dei nipoti. Guai se non vincevi!”

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“Fino a 84 anni era ciclo-amatore” racconta Franca “pedalava anche 100 km. Con la vecchiaia la bicicletta resta ancora una fonte di energia e di passione. “Era il più bravo a riparare tubolari, tutti i meccanici lo conoscevano.

La sera lo aiutavo nel suo laboratorio a riparare le ruote”.

Mario ci lascia il 6 giugno del 2006 a 95 anni. Una vita dedicata al ciclismo. Un’amore per la bicicletta profondo. Franca ha donato la bicicletta da corsa Legnano, omaggio della ditta Gozzi a Rosi, all’Associazione Amici del Museo del Ciclismo Gino Bartali. E’ tutt’ora esposta al Museo Gino Bartali a Ponte a Ema, dove è giusto che sia, non tanto distante dalla bicicletta di Bartali.


 

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